Perché si raccontano storie?

 

L’ultimo post di Giovanna Cosenza “Storytelling: a furia di nominarlo, non significa più niente. Peggio: sembra una brutta cosa” mi ha spinto a riflettere su ciò che ho imparato nelle mie esperienze sulle narrazioni on e off line; sono partita da una domanda e dalla sua (mia) risposta:

Perché si raccontano storie?

Perché servono, sono utili, a volte necessarie.

È nel valore del bisogno che trovo i motivi del perché siamo attratti dalle narrazioni, e del perché questo sia spesso strumentalizzato (se penso allo storytelling degli ultimi dieci anni o alla ciclica lamentela sulla crisi della narrativa).

L’uso che si fa delle cose determina in qualche modo il loro destino e lo storytelling ha lentamente cambiato il destino dell’arte di raccontare storie, sia online che offline: sembra che a volte gli storyteller ignorino che costruire un racconto – non necessariamente scritto – e comunicarlo attraverso diversi modi e strumenti vuol dire partire da una necessità, che diventa il vero obiettivo della narrazione, sia essa privata o pubblica.

Ha scritto Karen Blixen:

«Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia, o si racconta una storia su di essi.»

È una conferma che raccontare vuol dire trasferire in una storia il bisogno di elaborare un’esperienza (anche se non necessariamente dolorosa) e soddisfare il desiderio di condividerla: in modo autentico.

In un’esperienza c’è sempre un prima, un durante e un dopo e non si può negare che, se vissuta consapevolmente, se ne esca trasformati (non dico cambiati). Una storia “funziona” o ha successo quando sa ben testimoniare – attraverso un percorso – che è possibile una trasformazione: di un punto di vista, una scelta, una decisione, un modo di vedere la realtà e la propria esperienza, perfino la propria vita. Per chi pensa sia esagerato, riporto un passo di Adriana Cavarero, splendida filosofa della narrazione:

«Il sé non progetta il suo destino, né lo segue, piuttosto lo trova nel racconto altrui, riconoscendo in esso, con una certa sorpresa gli atti della propria vita.»

Da lettrice e storyteller penso che una storia che non racconti l’evoluzione di un’esperienza non appassioni, non “prende”, e non serve mettere in campo l’empatia, la capacità di scrittura, i canali di diffusione analogici o digitali… nulla può contro la noia. Ma c’è di peggio: una storia non funziona quando nasce con l’obiettivo di stupire, affascinare, soprattutto se non si dichiara onestamente che è il risultato di una fantasia, un gioco dell’immaginazione.

Il valore di una storia (che la si chiami racconto, narrazione o storytelling) sta nell’uso che ne facciamo oltre che nel “come” la raccontiamo e bisogna tenerne conto perché non smetteremo mai di raccontare e cercare storie: sono indissolubilmente legate al nostro bisogno di conoscenza. Conoscere e riconoscere, riflettere e sperimentare sono in fondo le facoltà che ci aiutano ad evolvere, ad alimentare la nostra creatività e – come ricorda anche Giovanna Cosenza nella chiosa del suo post – a dare senso alla nostra vita.

Anna Maria Corposanto 

(Foto di Ania Osenberg da Pixaby)

1 commento

I commenti sono chiusi.